Guerre, disastri climatici, pandemie: nulla può farci davvero paura, perché sappiamo dove rifugiarci, all’occorrenza. Le basi lunari e marziane e le stazioni orbitanti ci salveranno e anzi, trasformeranno l’umanità in una versione migliore di sé. Per essere pronti, dobbiamo solo intensificare gli sforzi, accelerare i tempi e abbandonarci con fiducia a chi da tempo lavora a questo traguardo.
Questo ci dice una certa narrazione trionfalistica, veicolata con toni enfatici da un gruppo di uomini potenti e molto, molto ricchi. Ma la verità è che le cose non stanno così; non saranno colonie spaziali e astronavi a salvarci. La verità è che il corpo umano non sa come vivere in luoghi tanto diversi da quello sul quale si è evoluto per milioni di anni: soffre terribilmente, in ogni sua cellula. E la mente non sa come reagire alla vastità del cosmo: si smarrisce. Siamo una specie intimamente e totalmente «monoplanetaria», e ammesso (e non concesso) che riuscissimo a superare i giganteschi ostacoli tecnici che ancora non abbiamo quasi idea di come affrontare, occorrerebbe un tempo altrettanto lungo per trasformarci in una vagheggiata e indefinita specie «multiplanetaria». E l’esito non sarebbe scontato.
Questo dice oggi la scienza: tutto il resto è propaganda, quasi sempre alimentata dalle finalità politiche e commerciali di chi sfrutta il fascino onirico degli scenari extraterrestri per far accettare una certa visione del mondo qui sulla Terra. Ma se guardiamo Marte e sogniamo colonie inesistenti, rischiamo di perdere di vista ciò che esiste attorno a noi, l’unico pianeta di cui dobbiamo sicuramente prenderci cura. Il sostegno a questi improbabili progetti non ha nulla a che vedere con la salvezza dell’umanità ed è molto inquietante che chi propone queste «soluzioni» non faccia mistero di avere in mente una società eternamente giovane, caucasica, priva di imperfezioni e, soprattutto, obbediente. A prescindere da dove riuscirà a sopravvivere.

