Morte e cannibalismo rituale_i Neandertal visti da vicino

di Redazione | 17.05.2021

Molti di voi avranno sentito parlare della straordinaria recente scoperta nella grotta Guattari (a sud di Roma) dei resti di 9 Neandertal, 8 maschi e probabilmente una femmina. Questa scoperta è particolarmente importante per la paleoantropologia perché consolida l’ipotesi che l’Italia sia stata una terra dove fiorivano insediamenti Neandertal e, a quanto sembra dalla datazione […]


Molti di voi avranno sentito parlare della straordinaria recente scoperta nella grotta Guattari (a sud di Roma) dei resti di 9 Neandertal, 8 maschi e probabilmente una femmina.
Questa scoperta è particolarmente importante per la paleoantropologia perché consolida l’ipotesi che l’Italia sia stata una terra dove fiorivano insediamenti Neandertal e, a quanto sembra dalla datazione dei reperti che risalgono dai 100 ai 50.000 anni fa, che lo sia stata a lungo.

Il femore di uno dei maschi adulti reca segni di denti, probabilmente denti di iene, a testimonianza del fatto che i Neandertal non erano solo cacciatori, ma venivano anche cacciati (soprattutto gli individui più deboli, gli anziani e i bambini).
Alcuni crani hanno un foro sulla parte occipitale e si è riaperto il dibattito sull’ipotesi del cannibalismo rituale, mentre altri sostengono che siano fori applicati appunto dalle bestie feroci che cacciavano i Neandertal, magari anche post mortem.
Su questo argomento vi proponiamo un estratto dal saggio di Silvana Condemi, nota paleoantropologa, Mio caro Neandertal.

Mio caro Neandertal




(c) Bollati Boringhieri 2018

Per quanti ancora dubitano della similarità delle capacità cognitive neandertaliane e sapiens, l’esame delle usanze funerarie finirà per convincerli. In generale, i gesti prodigati a un defunto non possono che essere estremamente simbolici. Vale per la nostra specie tanto quanto per il Neandertal.
Questi gesti non hanno senso se non esiste un immaginario collettivo che giustifichi gli sforzi fatti per tributare al defunto rispetto e affetto, o addirittura per aiutarlo nel suo viaggio verso l’aldilà. In Europa, il fenomeno delle inumazioni neandertaliane ha inizio circa 10 000 anni prima di qualsiasi contatto con i sapiens, cioè a partire da 50 000 anni fa.
Il vecchio sdentato, che poteva a malapena camminare (ed era quindi accudito dal suo clan), sepolto 50 000 anni fa a La Chapelle-aux-Saints, ne è un esempio emblematico.

Nel 2013 si è riesaminata questa scoperta, fatta nel 1908 dai fratelli Jean e Paul Bouyssonie, per stabilire con certezza se l’uomo di La Chapelle-aux-Saints fosse stato inumato intenzionalmente o no. Il nuovo studio ha permesso di scartare la possibilità che la buca in cui si trovava lo scheletro si fosse formata in modo naturale, perché era scavata in strati verticali di morbido calcare e di argilla, che invece nelle formazioni naturali sono sempre orizzontali.
Insomma, i membri del clan si presero del tempo per preparare una tomba a questo individuo maturo e gravemente disabile, ammucchiando della terra sul corpo.
E lo fecero con una certa rapidità, altrimenti le ossa non si sarebbero conservate così bene. Questo lavoro non era affatto essenziale per la sopravvivenza del gruppo, eppure era importante. In che senso, se non in quello spirituale?

La scoperta, nel 1983, della tomba di un neandertaliano sepolto 60 000 anni fa nella grotta di Kebara, in Israele, rafforza ulteriormente l’idea che i neandertaliani si prendessero cura di certi defunti e li inumassero. Del resto, è nel Vicino Oriente che sono state portate alla luce le più antiche sepolture dell’umanità, a Qafzeh e Skuhl.
Queste ultime sono associate ai sapiens; risalgono a 100 000 anni fa, ossia a un’epoca in cui non si ha notizia di sepolture neandertaliane in Europa. In compenso, in parecchi siti sono state trovate ossa neandertaliane molto frammentate e con numerose tracce di scarnificazione, che sono state interpretate come prove di cannibalismo.
Verrebbe da pensare che i neandertaliani adottarono la cultura funeraria dei sapiens, e che l’introduzione della sepoltura rappresentò un’innovazione simbolica e concettuale importante. Un’altra pratica in cui è possibile cercare tracce di pensiero simbolico è quella del cannibalismo. Segni inequivocabili di cannibalismo neandertaliano (smembramento con sezionamento dei tendini, frantumazione delle ossa per trarne il midollo, tracce di tagli sulla superficie delle ossa) sono presenti in diversi siti.

Gli scavi archeologici però ci dicono ben poco sui legami che univano i defunti alla comunità dei vivi. Anche se sappiamo con certezza che i neandertaliani sono stati cannibali per migliaia di anni, ignoriamo se la loro antropofagia fosse endogamica (praticata all’interno del clan) o esogamica (su individui esterni al clan).

Per quanto riguarda il Sapiens, i dati etnologici mostrano che queste due forme di cannibalismo hanno significati diversi: mentre il cannibalismo esogamico può essere alimentare, il cannibalismo endogamico è spesso volto a offrire al morto la possibilità di sopravvivere nel corpo dei suoi cari, e costituisce un’attività dal significato simbolico.
Dunque, anche supponendo che l’inumazione dei defunti, praticata dai neandertaliani europei circa 10 000 anni prima di qualunque contatto con i sapiens, derivi da una propagazione culturale da un Oriente già sapiens, il probabile cannibalismo rituale praticato prima potrebbe essere il riflesso di una vita simbolica elaborata. Insomma, questo Neandertal era un animale?
Una creatura mossa solamente dalle sue «funzioni vegetative e bestiali» come scrivevano Boule e Vallois? Un essere senza cultura al di là delle strategie di predazione? Senza «tracce di preoccupazioni di ordine estetico o di ordine morale»? Senza ornamenti? Senza pensiero simbolico?
Preso nel suo complesso, tutto ciò che abbiamo esaminato finora in questo libro prova piuttosto il contrario: tra i preneandertaliani e i neandertaliani, si aiutava il proprio simile, ci si adornava il corpo di ocra, forse si dipingeva in fondo alle grotte, si costruivano strutture, si fabbricavano strumenti efficaci, si agiva in gruppo e ci si coordinava grazie al linguaggio. All’arrivo del Sapiens, i neandertaliani non ci misero molto ad abbandonare usanze antiche ma immemorabili per svilupparne presto di nuove.
E se il Neandertal seppe reinventarsi, è perché l’aveva già fatto prima, seppure in maniera più impercettibile. Sì, le culture neandertaliane erano ricche e complesse, anche se il loro mistero rimane per la gran parte intatto.