Indifferenti a qualsiasi tragedia umanitaria, solo i bambini smuovono (per poco) le nostre coscienze.

di Redazione | 16.11.2020

Abbiamo chiesto a Marco Aime, antropologo e autore di numerosi saggi, tra cui ricordiamo Cultura e L’isola del non arrivo, di commentare i recenti tragici avvenimenti nel Mediterraneo. La sua riflessione muove da un dato evidente, la mancanza di empatia e solidarietà del mondo occidentale. Qui il suo intervento.   «Gli altri non sono per […]


Abbiamo chiesto a Marco Aime, antropologo e autore di numerosi saggi, tra cui ricordiamo Cultura e L’isola del non arrivo, di commentare i recenti tragici avvenimenti nel Mediterraneo. La sua riflessione muove da un dato evidente, la mancanza di empatia e solidarietà del mondo occidentale.
Qui il suo intervento.

 

«Gli altri non sono per noi altro che paesaggio».
F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine

L’11 novembre 2020 al largo delle coste libiche avvengono due naufragi di gommoni carichi di persone che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Nonostante l’intervento della ong Open Arms, non si è potuto evitare la catastrofe. Il bilancio è stato di oltre 90 vittime, ma quasi tutti i titoli dei giornali si sono concentrati sulla tragica morte di un bambino di sei mesi, che non è sopravvissuto agli eventi.
Per poco a dire il vero, perché siamo sommersi dalla valanga di dati dei contagi da virus e di decessi da virus, che non ci interessano i morti degli altri. Il ché potrebbe anche avere una pallida (molto pallida) giustificazione, visto il momento, ma il vero problema è che i morti del prossimo contano sempre meno dei nostri, anche in tempi non sospetti.

Un esempio ci viene dalla lettura della recente pandemia covid 19. Il rapporto annuale 2020 di Oxfam segnalava che, entro la fine del 2020, oltre 12mila persone al giorno potrebbero morire a causa della fame innescata dal corona virus. Un numero superiore al tasso di mortalità media di vittime del virus. Il problema è che il 65% delle persone colpite da una grave denutrizione, vive in soli 10 paesi, tra i quali Yemen, Siria, Afghanistan, Sud Sudan, India. Tutti paesi piuttosto lontani dal mondo occidentale e per questo meno appetibili per i nostri media, che infatti non ne hanno mai fatto cenno. Lontani non tanto geograficamente, quanto nella percezione che abbiamo di loro: Yemen, la Siria, l’Afghanistan, Sud Sudan e molti altri Paesi africani non rientrano nel nostro orizzonte comune. Sono “altri”.

Questo atteggiamento lo vediamo (per fortuna non troppo spesso) nei classici annunci televisivi in occasione di un qualche disastro. Dopo l’annuncio del fatto e del numero dei morti, solitamente segue la frase, pronunciata quasi con un sospiro di sollievo: «nessun italiano tra le vittime». Se poi si passa alle edizioni regionali, l’importanza su base territoriale data ai caduti è ancora più limitata «nessun toscano, piemontese, pugliese a bordo». Sembra proprio che siamo divenuti incapaci di comprendere il dolore in cui vive (e muore) molta, troppa umanità. Non riusciamo più a percepire gli altri come nostri simili.

L’accelerazione che ha scosso le nostre esistenze ci lascia sempre meno tempo per pensare, riflettere, lasciare sedimentare le cose che accadono. La comunicazione mediatica lascia sempre meno spazio per la complessità della realtà che viviamo, semplifica. E lascia anche meno spazio
per le emozioni e soprattutto per il prossimo. Tutto avviene attraverso uno schermo, che anestetizza, sterilizza, magari con l’accompagnamento di un commento che riduce donne, uomini, bambini, storie, aspettative, speranze a numeri, a statistica. Difficile emozionarsi per una statistica.

Il 7 gennaio 2015 si consumava il tragico attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, terminato con la morte di 17 persone. Immediatamente, nei giorni successivi milioni di persone sono scese in piazza in tutto il mondo per condannare quel gesto criminale. Una manifestazione di solidarietà, di reazione a tanta brutalità, giustamente espressa con marce e commemorazioni.
Negli stessi giorni e precisamente tra il 3 e il 7 gennaio a Baga in Nigeria il gruppo jihadista Boko Haram metteva in atto uno dei massacri più grandi della sua breve, ma crudelissima storia. Difficile accertare il numero delle vittime: le prime fonti nigeriane parlavano di 2000 morti. La notizia è stata data piuttosto frettolosamente (come sempre peraltro quando si tratta di Africa) ed è totalmente scomparsa dopo i fatti di Parigi.

Il paradosso è che invece ci indigniamo per l’abbattimento di un monumento, di un reperto archeologico, per i manoscritti bruciati di Timbuctu o per un cormorano inzuppato di petrolio. Cose importanti, certamente, ma perché non riusciamo a provare la stessa empatia che proviamo per l’arte e per la natura, per gli altri umani? Perché consideriamo l’arte e la natura “universali”, di tutti e le persone no?

E non è un caso che a smuovere minimamente i nostri sentimenti indaffarati siano di tanto in tanto i bambini. Accadde per il piccolo Aylan Kurdi, ritrovato su una spiaggia turca il 2 settembre 2015, le cui immagini del corpicino inerme sulla sabbia e dell’uomo che lo porta in braccio, senza vita, scattate dalla fotografa Nilüfer Demir faranno il giro del mondo.
I bambini infatti commuovono più degli adulti, sarà perché una vita spezzata nel suo inizio sembra più grave, perché verso i bambini tendiamo ad avere un atteggiamento protettivo, perché non ci si aspetta che possano essere coinvolti nelle tragedie degli adulti, ma anche perché mentre associamo immediatamente gli adulti a una nazionalità, una etnia, una presunta razza, per i bambini facciamo eccezione. Quasi non avessero una patria, ma fossero portatori di una certa neutralità che li renderebbe patrimonio di tutti. Sfuggono alla trappola dell’identità, ma devono morire per riuscirci e devono farlo da piccoli.