Dopo il Covid più interesse per le STEM, ma siamo ancora indietro

di Redazione | 18.03.2021

Siamo all’ultimo appuntamento con l’approfondimento sul saggio di Ferruccio Resta, Ripartire dalla conoscenza, in libreria dal 25 marzo. Questa settimana abbiamo chiesto al Rettore Resta quale impulso ha dato la pandemia all’indirizzo verso nuove professionalità, in particolare nel campo delle STEM. Ecco la sua interessante risposta. Senza dubbio il Covid ha reso gli studenti più […]


Siamo all’ultimo appuntamento con l’approfondimento sul saggio di Ferruccio Resta, Ripartire dalla conoscenza, in libreria dal 25 marzo.

Ripartire dalla conoscenza




Questa settimana abbiamo chiesto al Rettore Resta quale impulso ha dato la pandemia all’indirizzo verso nuove professionalità, in particolare nel campo delle STEM. Ecco la sua interessante risposta.

Senza dubbio il Covid ha reso gli studenti più sensibili verso materie come medicina o biologia, per le ragioni che tutti conosciamo. E questo se vogliamo è il riflesso di una risposta emotiva a una questione ben più profonda per il nostro paese: il bisogno di competenza e il valore della conoscenza, senza i quali non c’è futuro.

La questione è poi trasversale. Che sia in campo medico o in altri settori della società civile, l’Italia non brilla di certo per numero di laureati. Nell’affrontare il problema ci sono due aspetti da tenere in considerazione. Il primo è la scarsa attenzione data alla formazione superiore. Il secondo è quello legato all’orientamento degli studi, ancora sbilanciato verso le materie umanistiche, quando tutti gli indicatori ci dicono che le professioni del futuro saranno legate alle STEM (acronimo che sta per Science, Technology, Engineering and Mathematics).

Gli universitari iscritti a facoltà scientifiche o tecniche sono infatti meno di un terzo del totale, il che genera una forte disparità rispetto alla richiesta che proviene dal mondo del lavoro. In Italia oltre il 20 per cento delle aziende che nell’ultimo anno hanno ricercato laureati in questi ambiti non ha trovato competenze adeguate per assumerli.

Se poi parliamo della presenza femminile, tocchiamo un tasto dolente. Solo una studentessa su quattro pensa di intraprendere una carriera di questo genere. Al Politecnico di Milano, dove insegno, ci sono corsi di laurea, come Meccanica, Elettronica o Aerospaziale, che per ogni cento studenti contano solo venti donne. È chiaro che il vero tema da affrontare sia di stampo culturale e su questo fronte ci stiamo muovendo con determinazione.

Detto questo, una cosa non ne esclude l’altra. L’evoluzione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, così come le grandi sfide legate all’ambiente e all’energia, richiedono una maggiore coesione tra le materie scientifiche e il sapere umanistico. Pensiamo a tutti gli aspetti etici legati al funzionamento degli algoritmi e alla gestione dei dati. Oppure a tutte le dinamiche sociali legate alla mobilità autonoma o alle soluzioni rivolte al crescente invecchiamento della popolazione… Per questa ragione al Politecnico abbiamo introdotto ad ingegneria, alla magistrale e al dottorato, corsi di filosofia e di sociologia.

Quindi da un lato gli ingegneri devono allargare la loro visione, così come gli umanisti devono necessariamente fare i conti con la tecnologia. Dubito che qualsiasi professione, dall’avvocato al traduttore, ne potrà fare a meno. Dobbiamo prenderne atto se vogliamo essere tra quelli che governano il cambiamento e non tra coloro che lo subiscono.

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Photo courtesy: Matteo Bergamini, © Lab Immagine Design, Politecnico di Milano