Tutte e tutti, in un modo o nell'altro, stiamo diventando degli "spaesati", travolti da cambiamenti sociopolitici, economici e ambientali che sembrano sfuggire a qualsiasi controllo: è questa la tesi di fondo di "Stranieri come te", il nuovo saggio-memoir epistolare di Ece Temelkuran, giornalista, scrittrice e attivista turca costretta all'esilio nel 2016, che smantella l'idea di "straniero" come condizione eccezionale e ci invita a ripensare a cosa significhi sentirsi davvero a casa...
Come evidenzia la pluripremiata giornalista, scrittrice e attivista turca Ece Temelkuran nel suo ultimo libro, Stranieri come te (Bollati Boringhieri, traduzione di Giulia Boringhieri), fino al ‘500 i dizionari inglesi consideravano tutti gli stranieri dei barbari, e fino al ‘700 non avevano un termine per indicare la nostalgia di casa.
Uno spaesamento tanto recente quanto pervasivo

Un dato curioso, e che risulta ancora più rilevante se pensiamo che l’inglese è la lingua madre di paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, considerati tra le principali potenze colonialiste di ieri e di oggi.
In buona parte del mondo occidentale, abituato a preservare la propria uniformità territoriale e a scoraggiare la mobilità sociale e geografica, certi concetti legati all’alterità e all’emigrazione sono quindi diventati più familiari solo negli ultimi secoli, a fronte comunque di una latente diffidenza verso chi si rivela “forestiero” rispetto alla maggioranza.
Una visione che Temelkuran, già autrice da decenni di editoriali, saggi e interventi pubblici di grande rilevanza internazionale sui temi più caldi della politica contemporanea, si impegna in Stranieri come te a smantellare punto per punto.
Perché a suo avviso, in un modo o nell’altro, “tutti noi stiamo diventando dei senza casa. Tutti noi siamo spaesati. Spaesati: un termine che rende bene l’idea di chi si sente fuori luogo anche dentro il proprio paese – di chi si sente distaccato, estraneo, come uno straniero”, anche per via dei cambiamenti sociopolitici, economici e ambientali sempre più pervasivi e imprevedibili che si moltiplicano sotto i nostri occhi.
Via da casa, via da sé

A sperimentarlo sulla propria pelle è stata la stessa Temelkuran, costretta nel 2016, mentre era a Zagabria, a mormorare via telefono a sua madre che non sarebbe più tornata in Turchia, avendo ricevuto fin troppe minacce di stupro e di morte, e sapendo che gli arresti dei dissidenti di Erdoğan erano ormai una prassi quotidiana.
Fra rogne burocratiche, domande indiscrete e nuove lingue e città con cui fare i conti, la scrittrice aveva iniziato allora a “zigzagare all’infinito tra orgoglio e dignità“, scissa tra il parlare di sé come una vittima-sopravvissuta e il tacere pur di evitare sentimentalismi un po’ kitsch, congelando ogni suo ricordo, pensiero e stato d’animo.
La conseguenza? Un allontanamento sempre più scivoloso non solo dalla sua patria, ma soprattutto dalla sua identità: “La pienezza dell’io, il senso di realtà o la fiducia ingenua negli altri che non sapevi di avere finché non hai conosciuto le onde cattive”, tutto risucchiato da piatti sorrisi di circostanza. Almeno finché, nel 2022, Temelkuran non aveva deciso di scrivere una lettera dopo l’altra a un “tu” sconosciuto, figurandoselo come uno spatriato a cui raccontare finalmente il bisogno di riancorarsi a sé stessa.
Stranieri come te, anzi, come noi

Stranieri come te è infatti strutturato come un saggio-memoir epistolare lungo tre anni, e prende le mosse dall’esperienza di Temelkuran e delle persone intorno a lei per andare in cerca di una dimora etica e politica condivisa, ora che, per la prima volta nella storia, una fetta sempre più ampia di umanità prova una “nostalgia declinata al futuro” per tutte le case che si sente già a un passo dal perdere.
Come nell’Odissea omerica, però, in cui Ulisse lotta pur di essere riammesso nella sua Itaca, per poi scoprire quanto si sia trasformata in un’Itaca ben diversa da quella da cui era partito, anche l’autrice scende a patti con la consapevolezza di non poter ritrovare intatti i luoghi e i pronomi personali che l’hanno rappresentata in passato, preferendo farsi voce di un verbo pronto a rimodularsi man mano che dovrà spostarsi nello spazio.
Del resto, la sua più grande conquista sta nel fare propria la dannazione-benedizione di essere un tutt’uno con un mondo sempre meno stanziale, assecondandone i sofferti cambiamenti e custodendo intanto, in vista della nascita di un’idea di nazione nuova e più umana – tenuta insieme da ogni straniero e straniera là fuori –, “la mappa del bello per ricostruirlo in futuro. La dignità che assaporiamo quando, insieme, teniamo testa a un tiranno; o l’ironia che ci aiuta nella sconfitta”.
Con la certezza che, per quanto il senso di impotenza individuale sia a tratti difficile da scrollarci di dosso, la vita continuerà a spingerci “verso la primavera successiva” – specie se nel frattempo, tra spaesati, avremo imparato a riconoscerci e a sostenerci, diventando gli uni per gli altri la sola vera casa a cui potremo contare di fare ritorno.
Fonte: www.illibraio.it